Bali

- Pronto mamma
- Ué, Federica!
- Pronto mamma. sono Speranza
- Ué Martina, bella!
- Mamma, mi senti? Sono S-p-e-r-a-n-z-a
- Figlia mia, come stai?
- Bene mamma, sto preparando la valigia, stanotte parto per l’Indonesia
- Uh, statt accort, ma poi passi da Napoli? Che ti preparo?
 
Sipario! Muoio!




Primo giorno a Bali e già:
- sono caduta in una buca piccolissima all'uscita di un ristorante
- fatto un' ora di fila per comprare una Sim card.
- chiacchierato col driver che ci ha chiesto:
"così siete un italiana e un egiziano, ma da dove venite adesso?"
"Dal Qatar, sei mai stato in Qatar?"
"No, ma sono stato in Italia; lavoravo sulle navi e siamo approdati a Napoli"
"Davvero? Io vengo proprio da quella città"
"A Napoli ho comprato un paio di scarpe ma ci ho trovato del legno nella scatola, ma è stata colpa mia, mai comprare cose per la strada, cioè qui a Bali è ok ma tua città meglio di no"
- chiesto scusa al driver e invitato a tornare a Napoli. Lui ha accettato.
- dormito in una bellissima suite nella foresta
- svegliata da uccellini e rane
- percorso a piedi tutta Ubud, sorriso a mille facce diverse, balinesi con bandana sulla fronte, balinesi senza bandana sulla fronte, indonesiani, francesi, australiani. Ma soprattutto cinesi che hanno invaso Bali per festeggiare il loro anno nuovo.
- comprato un cappello balinese per la pioggia ma ha smesso di piovere appena l'ho messo.
- accarezzato tutte le statue indù lungo la strada.
- calpestato senza volerlo una delle offerte agli dèi
-visto per strada un sacco di apribottiglia a forma di cazzo. Alla domanda "perché avete apribottiglia a forma di cazzo in Indonesia?" La signora non ha risposto.
- passato per un tempio trovato chiuso perché, dice il parcheggiatore, "il prete ci ha trovato due che - e mima l'atto di scopare- abbiamo dovuto pulire il sangue”. E allora chiediamo ma chi scopava? Due animali o? "Due umani" risponde. "Abbiamo speso due billioni. Non milioni ma due billioni per pulire e purificare il tempio. Le donne con mestruazioni non possono entrare nei tempi"
- fissato un appuntamento con un designer per lunedì. ..yeah!
- innamorata pazza di una famiglia di scimmie che sotto a un gazebo si riparavano dalla pioggia e mi hanno fatto sedere con loro.
- innamorata pazza di loro. Ma seriamente, eh.
- tornata a casa con un taxista che cantava Volare oo, cantare oo oo...
- amato già ogni singolo odore, ogni singolo albero
- sentita a casa dal primo istante
-e desiderato già di non tornare più.
Life is so beautiful quaggiù.




Il secondo giorno a Bali saliamo su in cima al vulcano Kintamani. La vista è mozzafiato, il vulcano è nero e blu con due nuvole su in cima che si riflettono sul lago Batur che taglia in due vallate infinite di verde e c'è odore di fresco. Una colazione di banane fritte e auguria e caschetto in testa si scende giù verso il villaggio in mountain bike. Alla vista della mia Mountain bike mi viene uno sturbo, amo andare in bici ma deve essere City bike, bassa, ché io possa arrivare coi piedi per terra e stare dritta sul sedile. Faccio abbassare il sedile, alzare il manubrio, faccio un casino prima di partire ma poi parto! Dopo il primo tratto in mezzo a macchine e un'infinità di motorini, esattamente come La Pina a Pechino express, mi smummifico, esco dalla mummia e vaaaaiii! Vado veloce tra stradine strette del villaggio in mezzo a piantagioni di mandarino e di banane e case, case di una architettura magnifica, sembrano dei tempi e in effetti ogni casa ha un tempio della famiglia per l'adorazione degli dèi e degli antenati. E per via di una festività paragonabile a Halloween tutte le case in questo periodo esibiscono altissimi pali di bambù con un cestino di doni giallo. Le case sono in pietra nera ricoperta di muschio verde, sporgono tetti triangolari e podii di legno dove famiglie intere sembrano fluttuare in mezzo al verde; e statue indù ricoperte da una stoffa gialla, il colore sacro, il colore del Brahma, o da un sarong, il tipico pareo balinese indossato da uomini e donne prima di entrare nei tempi per coprire le "parti sporche" che sarebbe il culo e quell area lì. 
Ci fermiamo in una fattoria dove producono caffè, e apprendiamo qui dell'esistenza del luwak, ce ne sono tre e dalla cacca di questi animali si ricavano dei chicchi che custodiscono altri chicchi da cui si ricava il caffè. Disposti su una tovaglietta di plastica raffigurante diversi tipi di caffè ci offrono tazzine di caffè alla vaniglia, alla cannella, caffè balinese, e altri sei tipi di caffè diversi, ognuno posizionato sulla foto che lo rappresenta; assaggiato tutto, pure il caffè fatto dalla merda e -surprise- sa proprio di merda.
Riprendiamo la corsa in bici, affiancati da tanti bambini in motorino, i bimbi in età scolare sanno già guidare uno scooter perché non c'è altro mezzo per raggiungere la scuola. Passano in mezzo a noi macchine e motorini che trasportano galli, galli, tantissimi galli, li allenano per i combattimenti, i galli gareggiano in lotte legali dove nessuno guadagna nulla ma si offre sangue in sacrificio agli dèi e lotte illegali dove si gioca per soldi. si allenano i galli tre volte a settimana "È la nostra tradizione, dobbiamo farlo"
Visitiamo una tipica casa balinese, in questa area rurale molto semplice e povera. È in realtà un agglomerato di più case per tutta la famiglia e c'è il tempio famigliare dove si può entrare solo se vestiti di un sarong. La casa più alta è per gli anziani, nonna e nonno. questa casa viene usata anche per i matrimoni. I matrimoni qui non sono più combinati ma, quando due decidono di sposarsi, la famiglia li chiude per tre giorni nella casa "alta" dei nonni con solo un bicchiere d'acqua, una ciotola di riso e una candela, un modo per mostrare ai futuri sposi che vivere insieme sarà difficile. Dopo i tre giorni si svolge la cerimonia nel cortile esterno dove c'è un piccolo podio usato anche per le celebrazioni funebri; quando qualcuno muore il corpo viene esposto a chiunque voglia salutarlo e viene tenuto lì fino al "giorno buono", quando è "giorno buono" lo sanno gli anziani e comunque dipende dalle fasi lunari. La casa continua con minuscola cucina con una donna incinta e due bellissime bimbe vestite di rosso e di fiori. E una nonna tanto dolce e tanto morbida con quattro denti quattro.
Nel cortile interno galli e maiali e odori forti, in mezzo a questi il nostro amico balinese ci spiega che significato ha la bandana che fascia la testa dei balinesi, l'Udeng, viene usata specialmente durante la preghiera per trovare concentrazione. ..to be focus. Si prega tre volte al giorno un Dio che ha molteplici forme "noi crediamo nel Karma, per questo non facciamo del male per non dover pagare per il male fatto"
Ci offrono il pranzo balinese ricco e fresco.
Al ritorno proseguo in macchina, le salite sono ripide, tornare ad Ubud è tragico, traffico pazzesco.
Ci fermiamo in una caffetteria e mentre il mio compagno-d'-avventura va a farsi un giro, conosco Edward, un attore e insegnante inglese, ha 39 anni ed è in pensione e da sei mesi vive a Bali. Due anni fa il suo papà di 92 anni è morto, ha trovato il suo diario e ha ripercorso tutti i viaggi che il suo papà ha fatto in vita da giovane quando lavorava come mercante di seta in Asia. Conosce molto bene l'isola e ci dà un sacco di dritte su dove andare, per esempio adesso ci invita a seguirlo lungo una strada che dal centro di Ubud va verso le risaie, è una strada bellissima, buia, ma si leggono chiaramente piccole poesie incise sulla asfalto. Lo seguiamo nella atrio di un albergo è buio mentre ci racconta che nella chiesa quando il padre è morto volava una farfalla nera, ha scelto questo albergo per il grande mosaico a forma di farfalla sul pavimento che porta alla piscina. Due gradini in più e ci affacciamo su un distesa scura di alberi mossi dal vento caldo e dalle acque imponenti di una cascata. Fico fidarsi degli sconosciuti.
Andiamo a cena dove ci consiglia lui, ristorante balinese, bisogna lasciare le scarpe fuori, sui gradini alti della scala hanno scritto con i fiori gialli-arancio "Love your life". Zuppa al curry giallo, e un tonno buono come il cuore di questo viaggio.

Terzo giorno a Bali.
Il driver di oggi si chiama Wayam, è un signore gentile, parla pochissimo in inglese e ride ad ogni frase che riesce a dire. Arriva alle otto e ci dirigiamo verso il Mother Temple. Percorriamo piccoli villaggi, strade verdi con miriadi di case-tempio ai lati con tetti neri di foglie di palma, e artigiani che lavorano su strada. I campi in questa stagione hanno erbe molto alte da cui ogni tanto spunta il viso di un contadino. Tutti ci sorridono, il meccanico, la sarta, il fabbro; nei negozi sono seduti per lo più a terra su pavimenti di legno o di marmo. Dalle risaie donne con cappelli di paglia a triangolo lavorano chine e a piedi scalzi. Altre preparano i doni da portare agli dèi e oggi che è domenica tutti gli uomini indossano il sarong e l'udeg, il pareo balinese necessario per entrare nei templi e la bandana. Alcuni legano con lunghi nastri gli ombrellini davanti ai templi, altri suonano percussioni con i più piccoli, tutti vestiti di bianco. Wayam si ferma per farci vedere una di queste bande ma si capisce subito che è più interessato ai campi, rallenta per farci ammirare campi di riso "no water no rice" campi di chilly "A Bali diciamo: no hot no good" ma il suo incanto sono le patate... gli chiedo se è un agricoltore, ride rispondendo di sì ma dice di non dirlo al capo del tour. Procediamo su per la montagna ed arriviamo al Besakih Temple, conosciuto qui come the Mother Temple, è il più alto e il più antico, 1100 anni di pietre nere tenute assieme senza cemento. Compriamo il sarong e parte un bombardamento di richieste di soldi dai venditori di sarong, dai ragazzi che ci accompagnano in scooter su per la salita fino all'entrata, tickets, donazioni in soldi, donazioni in fiori, incenso. Il mio compagno d avventura è arabo, negoziare è nel suo Dna ma per un istante l'ho visto completamente perso circondato da donne basette dalle mille richieste. l'ho visto mandare a fanculo tutti e ci ho messo un po, perché non riuscivo a parlare dal ridere circondata da donne basette che non capivano che c'avessi io da ridere, a spiegargli che dovevamo per forza portare i doni agli dèi del tempio.
All'entrata finalmente. Con sarong, fiori e incenso. Ma non si può entrare nel tempio senza un "custode del tempio". Il nostro custode è Macu. Con lui saliamo la scalinata che taglia il Besakih in due torri simmetriche da cui si accede a tutte le parti del tempio strutturato in sei livelli. Ci sono cerimonie sacre patricamente sempre e donne di ogni età con cesti di frutta e fiori sulla testa, dritte, eleganti, una gioia a vederle. Scatto una foto a un gruppo di loro, vestite di bianco con una fascia rossa in vita e poi una foto a una di loro mentre scatta foto alle sue amiche. sono in quattro, mi sorridono, mi chiamano, vogliono una foto con me e per me è un privilegio. Mi tolgono il cappello balinese dalla testa e ridono tanto, credo che il mio cappello a punta sia da contadinella ma, cappello o no, non ho la loro eleganza, il loro portamento. Mi parlano in una qualche lingua e mi offrono la frutta e le merendine ma sono nella cesta dei doni del tempio e non oso prendere un dono dalla cesta dei doni del tempio. Cioè proprio non so se si può, forse loro devono offrire e tu devi dire no. Nel dubbio ringrazio e sorrido.
Saliamo ancora con Macu, lui ha 29 anni, sposato con tre bambini, parla bene inglese ma è andato a scuola solo tre anni, è custode del tempio per 4 giorni a settimana, agricoltore per gli altri 2, ha uno scooter ma non è mai uscito dal suo villaggio.
Bambine piccolissime di cinque sei anni cercano di vederci cartoline e ci provano in ogni lingua, parlano perfettamente in italiano, in arabo no, ma qualcuna di loro prende appunti e lezioni dal mio compagno di avventura. Mano nella mano con le bambine siamo su, nella parte alta proprio di fronte al vulcano Agung. Dopo aver giocato a girogirotondo con le piccoline, Macu trova una zona del tempio più riparata e silenziosa e ci dice di sederci, di pregare e offrire i doni a Dio. Apriamo il cestino di fiori, con l'erba verde ci puliamo le mani, ci invita a mettere petali di fiori gialli fra le dita tenendo le mani giunte in preghiera sopra la fronte per invocare il Dio del Sole affinché ci dia energia. Poi il fiore rosso per pregare il Dio Creatore, questo fiore poi va messo in testa, è rosso come il fuoco e fortifica il corpo. Il fiore blu/viola è per il Dio dell'acqua per invocare protezione. Alla fine Macu ci benedice con dell'acqua in segno di purificazione e ci mette sulla fronte e sul petto dei chicchi di riso in segno di prosperità. 
Lasciamo tutte queste offerte agli dei e ce ne andiamo tra profumi di fiori e di fumo di incensi. Procediamo noi tre su una parte del tempio più alta e distante, non c'è nessuno, chiedo a Macu di togliere l'udeg e srotola i suoi capelli lunghi fino alle spalle, intimidito dalla mia richiesta ma bello di una fierezza nobile senza vanità. Restiamo a farci foto tutti e tre come amici da tanto tempo...gli dico te le mando per email col tentativo goffo di restare in contatto, sorride non ha l'email ma dice "puoi tenere le foto di me e così se torni mi cerchi" Macu riesce in poche ore ad essere una guida distaccata che deve fare soldi, un buon amico che gode della compagnia del momento e un prete tutto nello stesso tempo.
"Ogni volta che vedi la mia foto possa il mio Dio benedirti, proteggere il tuo corpo e il tuo cammino"
"Possa il mio Dio fare lo stesso con te, amico mio"
Lasciamo il Mother Temple per pranzare su una terrazza magnifica su lago Batur dove litigo con un gruppo di cinesi disgustosi e chiacchieriamo con due simpatici australiani. E poi un altro tempio costruito sull'acqua, famiglie che pregano insieme all'ombra di grandi alberi con le radici che paiono abbracciarti, altre immerse in vasche d'acqua; cascate, cave e sorgenti e spazzatura, spazzatura ovunque. E ancora foreste di ebano, fusti di alberi alti verticali che tagliano il verde che brilla all' ultimo sole della sera, farfalle enormi che fotografiamo per Edward, e poi ancora acqua e un piccolo stagno e poi solitario un fiore di loto bianco che tra nuvole di zanzare in mezzo alla palude riesce a mantenersi pulito e che consapevole della propria forza e capacità ricreatice fa sbocciare fiori di una bellezza inenarrabile pur vivendo in mezzo al fango. Ecco, questa per me è Bali o almeno questo è stata Bali per me oggi.


Sesto giorno a Bali
Oggi lasciamo Ubud per dirigerci verso le isole Gili. Sveglia alle sei, dobbiamo raggiungere Padang Bai da dove prenderemo una nave veloce, che ci dicono super affidabile, munita di aria condizionata e toilet e che raggiungerà le isole in circa un'ora.
Il driver è in ritardo pazzesco, quando pensiamo che non arriverà più, ci chiamano dalla reception dell'hotel. Un mini bus già pieno ci aspetta all'ingresso. L'autista incastra le nostre valigie sulle altre e ci mostra due posti liberi, ognuno in due file diverse. Capito in un sedile che è accanto alla porta e che è la metà degli altri. Decido di spostarmi in un sedile libero accanto al mucchio di valigie, ho tanto spazio e mi sembra una buona idea fino a quando il mini bus non si ferma per ben altre due volte per caricare altre persone e altre valigie. Sembra di stare in una carrozza qualsiasi della metro di Roma nell'ora di punta. L'autista, un pazzo completo; sarà perché siamo in ritardo o sarà solo perché fuori di testa ma spinge il pulmino su per le salite e in mezzo ai campi di riso e per i villaggi al massimo della velocità. Sorpassa camion, frena in curva sorpassando, passa col rosso. Le valigie accanto a me sono in bilico continuo. Ho un sonno pazzesco, per metà dormo per metà cerco di tenere le valigie in equilibrio. Mezza addormentata in una delle salita in velocità più pazzesche dove ho davvero davvero ma davvero paura cerco di figurarmi cosa può succedere al minibus se s' accappotta, calcolo il peso totale delle valigie considerando che ognuna possa pesare attorno ai venti chili, dai miei calcoli come minimo mi fratturo una gamba. Tra la veglia e il sonno una parte di me pensa che in caso di incidente vorrei andare in un ospedale qui a Bali ed essere curata con tecniche di medicina naturale, senza farmaci, senza chimica; l'altra parte di me dice all'altra "Cor cazz". Ma per fortuna, non so come ma le valigie trovano un assetto, io smetto di aver paura di essere lanciata a mille kilometri all'ora e le mie due parti trovano pace.
Arriviamo al molo e avanziamo sudati, stanchi ma ancora vivi verso l'affidabile nave veloce. Alcuni indonesiani passano tra la folla a prendere i ticket e le valigie che vengono selezionate a secondo della destinazione e letteralmente lanciate giù in una botola dell'affidabile nave. 
Le isole Gili sono tre, Gili Trawangan, Gili Meno e Gili Air; noi siamo indecisi se andare a Gili Meno o Gili Air, ma l'affidabile va solo a Gili Air perciò tolto
ogni dubbio ci dirigiamo a Gili Air. L'affidabile nave non è affidabile affatto, è una lamiera sull'acqua, senza aria condizionata, presumo senza toilet, manco l'ho cercata e piena fino all'inverosimile. Un'altra ora di incubo. Siedo in mezzo a europei, australiani, americani, tutti diversi ma tutti così simili, così alternativi, con tatuaggi ovunque, piercing, capelli lunghi, forte odore di birra, e qualcuno con i bonghi, no ve prego i bonghi no!
all'entrata insieme al biglietto ci hanno appiccicato un adesivo con su scritto la destinazione sulle nostre magliette, i tizi con i bonghi vanno ad un'altra Gili. L'affidabile nave che sembra ormai un centro sociale sull'acqua parte e io riesco a dormire pure qua. Mi sveglio all'isola di Lombok, prima fermata della nave e apro gli occhi su due piedi di un indonesiano che dall'altra parte del vetro, sul molo, sta sdraiato a pancia in su su una tavola da surf, una ragazza dalla nave lo punta col suo Go-pro, poi riprende il porto e poi l'amico che dorme spalancando la bocca. Si riparte, prossima fermata Gili Air. Scendiamo sbandati, stanchi, increduli di essere vivi e affamati ma l'isola è un incanto. Ci sono bar ovunque, ci sediamo per dissetarci per poi prendere un carretto trainato da un cavallo e andare a cercarci un albergo. Su questa isola non ci sono macchine, né motorbike, solo biciclette e carretti con un solo cavallo. Nonostante sia così vicina a Bali l'isola di Gili sembra davvero differente; il mare qui è uno spettacolo, la popolazione è perlopiù musulmana, non ci sono templi ma si sente il canto del muezzin che richiama alla preghiera 5 volte al giorno. Ma non sento la stessa spiritualità che si respira a Bali e la gente, a primo impatto, è meno disponibile. Troviamo un albergo, semplice, basico, come tutti gli alberghi qui, ma pulito, ci facciamo subito una doccia e cerchiamo un ristorante. Ci fermiamo al Bal-Air solo perché una tempesta di pioggia improvvisa ci costringe ad entrare per ripararci. Mangiamo un buonissimo Nasi Goreng, riso fritto con pollo, verdure e l'immancabile chicken satay, non si può non mangiare il chicken satay, uno spiedino di pollo alla brace ricoperto di crema alle nocciole, molto molto buono.
Noleggiamo le bici e il giro dell'isola è il giro dell'isola più corto e veloce che abbia mai fatto. L'area a nord est è la più isolata e la più bella, attraversiamo strade battute di sabbia che ora è diventato fango, siamo circondati da alberi di cocco dal fusto lungo, scansiamo quando possibile le pozzanghere, pedaliamo tra gatti, cani, mucche e cavalli. Prendiamo un banana shake seduti ad un bar sull'oceano e siamo sorpresi da un tramonto arancione che scende sull'isola che colora di caldo le poche barche di pescatori ormeggiate e un bambino nudo con una tavola da surf che insegue le onde. Il suono delle sue risate si confonde con quelle di un gruppo di giocolieri che provano le loro acrobazie sulla sabbia completamente bianca. Tutto è lento, pacifico...
Quando il sole va via torniamo verso l'albergo. Per alcuni tratti manca l'elettricità e al buio e sulla sabbia morbida è davvero difficile andare in bici. Le formiche si appiccicano sulla pelle e pizzicano; una mi entra in un orecchio e non esce la sento camminare dentro di me e mi viene il panico. il mio compagno d avventura versa acqua nel mio orecchio ma io credo che lei sia ancora lì, morta annegata.
Seguiamo la strada illuminata dalla luna che decide il percorso, ci ritroviamo in un ristorante carino con i tavoli sulla sabbia di fronte all'oceano. Il cielo ha miriadi di stelle, tante tantissime stelle, e avrei adesso anche un desiderio, una domanda da chiedere alla Vita, sul perché son immersa in una realtà con un'energia tanto materialista, tanto opposta a questa che mi somiglia, come il posto in cui attualmente lavoro e vivo.
Ci sarà una risposta, c'è sempre una risposta, e da qualche parte la troverò. Ne sono certa. 
'notte.




Ottavo giorno.
Ancora sull'isola di Gili Air, alle 10:30 organizzano un tour delle isole con snorkeling. Alla biglietteria conosciamo due ragazzi portoghesi e pian piano il gruppo si compone, saremo una decina di persone, tre tedeschi, un gruppo dalla Repubblica Ceca, due da Pechino e poi vediamo arrivare Johnny Depp o almeno la versione francese, giovane e gagliarda di Johnny Depp. Davvero davvero un bel ragazzo assieme a due bambini, una donna che presumo sia sua moglie e un amico. O forse l'amico è il marito della donna, o forse Johnny Depp sta con il ragazzo ...le possibilità sono molteplici. Ci preparano un equipaggiamento di pinne e maschere, ognuno sceglie con cura quelle più adatte. Si sale in barca a piedi nudi dopo aver camminato su frammenti di piccoli coralli bianchi, belli ma taglienti oltremodo, e si parte. La cinesina è bianchissima, delicata silenziosa e fragile, il suo ragazzo dal fisico di un bambino ha ferite su tutte e due le gambe, è caduto dalla moto, come in molti qui. La famiglia dell'Europa dell'est è indisciplinata e chiassosa e fa un po come glie pare, per esempio adesso già mangia. Con loro c'è un bambino e il nonno, il nonno prepara gli ami per la canna da pesca e non scenderà mai dalla barca. Johnny Depp è impeccabile e bellissimo sempre, con gli occhiali senza occhiali, capelli asciutti capelli bagnati, rompe il cazzo ai due ragazzini facendo loro il solletico ma i due non ridono mai, lui invece sorride sempre e a tutti, ha due fossette sulla guancia che si formano al minimo movimento della bocca; anche la moglie sorride molto, ai bambini, agli altri, ma non sorridono fra di loro e se lei gli chiede qualcosa lui risponde sempre con "Pardon?"
Ah l'ammmòre, l'amore è l'amore ma le relazioni sembrano essere complicate pure per i boni. 
Ci fermiamo, il driver urla cose imparate a memoria che in breve sono "aspettate un momento, non tuffati adesso" ma due della famiglia Ceca sono già a mare e il driver si incazza "get ready e seguite sempre la guida. Nuotate in questa direzione" e con un braccio in controluce ci indica dove.
La parte più difficile per me è stata saltare dalla barca in acqua, fare il salto in qualcosa che ancora non conosco. Ma fatto la prima volta, le volte successive è stato sempre più facile e più bello godersi tutto. In un bar sull'isola c'è una scritta "if you don't try, you'll never know the true answer" si riferisce ai loro cocktail ma è vero, se non provi non sai. Qui a Bali avevo deciso che non potevo percorrere chilometri in salite e discese in mountain bike, e invece sì che posso; avevo deciso di scattare foto dalla barca perché non potevo nuotare a lungo inseguendola, invece sì l'ho fatto e sì me lo voglio ricordare: se non provi, non sai.
Guardare questa parte di mondo galleggiando a pancia in giù è magico. Il fondale è azzurro e sempre più scuro man mano che diventa più profondo. È un enorme canyon discontinuo con sedimenti di rocce che avranno millenni e che l'acqua ha disegnato nelle forme più diverse. C'è tanto blu, verde e colori scuri, ci sono formazioni di roccia bianca concentriche che a vederle dall'alto sembrano rose in questo giardino, e poi milioni di colori di pesci di ogni dimensione. Ci sono pesci piccolissimi che avanzano in gruppo compatti, sparpagliandosi in ogni direzione se finisci nella loro rotta per poi ricomporsi. Sono blu e verde fluorescenti. Pesci di tutti i colori possibili dalla gamma dei colori possibili, vivono e si muovono in questo villaggio sottomarino che sembra un labirinto. Ogni tanto alzo la testa fuori, la nostra guida spinge la cinesina che ha il salvagente e urla o meglio emette suoni e noi sappiamo che lui è là. Uno dei suoi urli era per richiamare tutti in un punto, lo raggiungiamo da bravi scolaretti, e nel fondale nel punto esatto che ci sta indicando nuota come una regina sovrappeso un'incantevole tartaruga verde. La ragazza Ceca, alta e filiforme col suo corpo tatuato si immerge giù giù in fondo e riesce ad accarezzarla. 
Come nella savana africana, all'avvistamento del leone tutti accorrono, anche qui altri gruppi arrivano per vedere la povera tartaruga che, più fortunata dei leoni, può allontanarsi giù giù e ancora giù in fondo dove nessuno con una semplice maschera riesce ad andare. Ne incontreremo altre due. Persa nel gruppo di decine di altre persone non riconosco più nessuno e l'urlo che sento non so più se proviene dalla mia guida o no. Ma il fondale è troppo più attraente per cercare i miei: mi metto in modalità "sti cazzi" e mi godo questo mondo azzurro mai fermo, pieno di vita, ignaro che tu sei lì con una maschera a testa in giù e un boccaglio che amplifica il suono del tuo respiro, poche volte si creano condizioni in cui senti il tuo corpo vivere. Con questa sensazione di benessere addosso, passo per un giardino di corallo, il fondale qui è talmente basso che sembra di sfiorarlo con la pancia e le rocce sono porose e regolari in un pattern perfetto, eterno, ripetibile all'infinito come il Dio creatore che lo ha disegnato, il miglior designer di sempre. 
La magia è interrotta da cumuli di immondizia galleggiante, soprattutto plastica trasparente che si confonde con meduse minuscole che sfiorano il corpo e lasciano piccole bruciature. Riconosco il costume e le pinne della mia guida e nuoto nella sua direzione incontrando altri corpi fluttuanti. Con la testa fuori dall'acqua si sente il canto del muezzin che dall'isola di Gili Meno richiama alla moschea. Incredibile il contrasto. Sull'isola Meno approdiamo per il pranzo, la compagnia si scoglie e abbiamo un'ora e mezza libera. Con il mio compagno di avventura cerchiamo un ristorante locale sulla spiaggia. Mangiamo e beviamo su una struttura di legno sul mare. I tratti di spiaggia sono molto stretti e lunghi, è letteralmente una lingua di sabbia. Passa una ragazza molto carina bionda forse australiana, posiziona il Go-pro sulla sabbia, si spoglia e con l'iphone attiva lo scatto. È arrivata sola, triste e scoglionata, ma si autoscatta foto sorridendo alla macchina, fingendo una ficaggine e una vita cool che cool non è. La raggiungono due ragazzi, penso siano due suoi amici, ma sono atri due sfigati che arrivano, si spogliano, scattano selfie urlando wow a loro stessi in camera col pollice in su, e se ne vanno. La cosa più triste che abbia mai visto. A gente come questa toglierei il passaporto, non se lo meritano. Questo oceano, questa spiaggia, queste farfalle nere, questi odori questi fiori meritano viaggiatori meno distratti, con occhi aperti sopra al mondo e una vita fuori dallo schermo di un I-phone.

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FOTO BALI 2016 ©speranzacasillo

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