Giordania

Doha - Amman - Hammat Ma’in - Petra - Wadi Rum e poi di nuovo Doha.
C'è un diritto che noi italiani diamo per scontato perché acquisito e immutabile, è il diritto al viaggio, al muoversi liberamente tra diversi Paesi. Paradossalmente è da emigrante che mi accorgo del vantaggio di avere un passaporto italiano. Quasi tutti i miei amici espatriati qui in Qatar, per viaggiare in un Paese diverso da quello di appartenenza devono richiedere permessi e visto di entrata, procedura che a volte richiede parecchio tempo ed è una fastidiosa seccatura specie durante le Eid. Le Eid sono i tre giorni di festa quando finisce il mese santo del Ramadan, si festeggia l'interruzione del digiuno e si spera che Dio accolga i sacrifici, i digiuni e le privazioni. Ma fino alla fine non si sa di preciso quando ci saranno perché le feste iniziano con la luna nuova e allora tutti noi, espatriati con passaporto di valore e espatriati con passaporto di poco valore, aspettiamo di sapere per organizzare un'uscita dal Qatar.
La mia meta per le Eid al Fitr di fine luglio è la Giordania. E lo è per due motivi, il primo perché da quando anni fa mia cugina ha visitato Petra e ho visto le foto di quel canyon rosa ho desiderato andarci anche io; il secondo perché il mio compagno-di-avventura non ha bisogno di richiedere un visto di entrata il che rende questa meta facile, fattibile senza troppa burocrazia.
Il mio aereo fa scalo in Bahrain e già nel gate in attesa del secondo aereo mi rendo conto che sto andando in un Paese molto più povero del Qatar, il secondo aereo è pieno di uomini con thobe scuri e di manifattura assai più scadente di quelli che sono abituata a vedere a Doha. Thobe così eleganti, raffinati e bianchissimi, dicono che i qatari ne cambino diversi al giorno per indossarli sempre freschi e puliti. Le donne che volano con me verso la Giordania hanno veli color del deserto oppure blu o bianchi e il loro volto non è super coperto di trucco come le donne velate qatari che sotto la trasparenza dei veli neri e dorati mostrano un make-up impeccabile che farebbe la felicità di tutti gli EnzoMiccio e le CLIOMakeUp del mondo; con una sola di queste qatari si potrebbe riempire un intero palinsesto di Real Time.
Incontro il mio compagno-di-avventure all’aeroporto di Amman e si va subito a noleggiare una macchina. Ho lasciato che lui organizzasse tutto quando mi ha detto, "ok, sai cosa? tu sei il creativo io sono l’ingegnere, tu ci hai messo l’idea io ci metto l’organizzazione, lo vedi che siamo perfetti? siamo fatti per stare assieme….”  Ho solo fatto richiesta di una macchina affidabile e stabile.
All’uscita dell’Aeroporto Internazionale Queen Alia, salgo a bordo di una peugeot 206 color champagne, 
-ma è affidabile? -se è affidabile? Sure! È una peugeot!’
Sarà… vada per questa peugeot.
La carichiamo dei nostri bagagli e la carichiamo di acqua e il mio compagno-di avventura inizia a guidare ora per finire di guidare fra quattro giorni; io non guido, io mi improvviso navigatore, è per questo che ci si perde, ma dò il mio contributo di tanto in tanto battendo sulla macchina e urlando "Go, donkey, go!" e, aò, la cosa funziona! La peugeot ci guida dal nord della Giordania al sud della Giordania, dal punto più basso del Mar Morto a quello più alto delle montagne attorno la città di Petra, senza abbandonarci mai.
Prima tappa, Amman.
Siamo nella parte orientale della città, a mezz’ora dall’aeroporto, Amman è la città più popolosa della Giordania con un traffico indicibile. Attraversato il souq, arriviamo in pieno centro, e, proprio di fronte al Teatro Romano, ecco il nostro albergo. 
La prenotazione di tutti gli alberghi del viaggio è stata fatta dal mio compagno-di-avventura, sia perché lui è la parte pratica del team sia perché parla arabo. È molto interessante come un arabo prenota un albergo; da europei, noi scriveremmo a due o tre hotel per richiedere una prenotazione, lui no, lui ha scritto ad una lista di minimo dieci alberghi per ogni tappa e ad ognuno ha spiegato che viaggiava con la sua girlfriend e ha chiesto a ognuno se l’albergo permetteva a noi di condividere la stanza senza certificato di matrimonio. Mezza Giordania sapeva che non eravamo sposati e dormivamo assieme e da tutti gli hotel di Amman abbiamo ricevuto solo risposte negative: serve certificato di matrimonio! Ma lui non si rassegna a dormire in stanze diverse, ne prenotiamo due e lui verrà a stare da me "tanto non controllano mai, figurati, è solo una formalità". E io già vedo concludere il viaggio miseramente in una qualche prigione della città.
Invece con sorpresa, appena ci vedono alla reception dell’Amman Pasha, forse confortati dal fatto che il mio compagno-di-avventura è proprio un bravo ragazzo, o forse perché sorridiamo davvero tanto, ci propongo la twin room, la suite. Paghiamo poco e niente e la suite ha le finestre sul teatro romano, come essere a Roma e dormire affacciati sul Colosseo. 
Amman assomiglia a Napoli, vicoli stretti, salite ripide e discese, e strade piene di bancarelle di ogni tipo, un unico grande souq colorato, impolverato e chiassoso fino a notte tardi. L’aria fresca speziata da esotici aromi.

Ci dirigiamo verso il fiume Giordano, fiume sacro per eccellenza, simbolo di purificazione, nel Vecchio e Nuovo Testamento indicato come il luogo in cui Giovanni Battista battezzò Gesù. Il gate di ingresso è già chiuso, tutti i luoghi turistici in Giordania sembrano chiudere molto presto, quando stiamo per tornare indietro, un uomo con pantalone e camicia blu e volto abbronzato chiede al mio compagno-di-avventura: sei arabo? musulmano? Si apre uno spiraglio, c’è una guida che apre il sito per noi. Il privilegio di camminare lungo il sentiero che porta alla sponda del fiume da soli: viaggiatori in gruppo e in tour organizzati, ce fate un baffo a torciglioni!
Ci sono i resti della chiesa di Giovanni Battista e tutta l’area è disseminata di chiese di recente costruzione, la guida dice ce ne sono nove, la chiesa romana, ortodossa, maronita… Nel bel mezzo del nulla, a 40 minuti da Amman, in un’area così piccola, c’è una concentrazione di chiese per onorare il luogo sacro della purificazione di Gesù. Ma quello che mi colpisce davvero è che, al di là del fiume, oltre la sponda dell’altra riva, e così vicino a noi, c’è la Palestina.
C’è pace e silenzio su questa sponda del fiume nella valle della Giordania, ma sull’altra, l’acqua imprime nella memoria soffocate grida di dolore. Un militare in mimetica e con un kalashnikov sulle spalle, passeggia, fumando una sigaretta, lungo la valle. Avrà, sí e no, vent’anni.


Tornati al gate, in quanto europea, pago il doppio del biglietto del mio compagno-di-avventura e da adesso in poi sarà sempre così, sono europea e in Giordania pago di più del mio amico, lui la trova una cosa normale dice che è per via dell’economia e dell’euro che è una moneta forte, a me me pare 'na stronzata e pure inelegante, anche noi in Italia i turisti li spenniamo ma non così dichiaratamente. Succederà che io pagherò 50 euro un ingresso e lui un euro solo. Ma che daVero? Malimorté.
Torniamo in città, la visita al teatro romano e poi una cena orgasmatica all' Hashem Restaurant, il cibo più buono di Amman, una fila lunga per uno dei tavoli disposti proprio in mezzo alla strada in salita, come mangiare a trastevere o a Catania nei localini sulla via Etnea, ma qui c'è il miglior hummus and the best falafels ever!
Al ritorno in albergo, distrutti, proviamo a prendere l’ascensore ma è sempre occupato: dei bambini stanno giocando andando su e giù per i piani; quando già sto per pensare ma che cacchio di albergo del cazzo, ma che modi sono, un uomo con gentilezza ferma i ragazzini e l’ascensore. Nel tragitto fino terzo piano della nostra camera, leggo in una nota appesa con lo scotch sulla parete dell’ascensore:
“Guerra di Gaza. Stiamo ospitando qualche famiglia palestinese provenienti da Gaza. Queste famiglie privilegiate hanno il passaporto spagnolo e il consolato di Spagna in Amman sta negoziando con Israele un passaggio di salvezza per i loro connazionali dalla zona di guerra di Gaza. È un privilegio per noi avere così tante famiglie con bambini. E siamo felici di dare a queste persone una casa per tutto il tempo che sarà necessario”
Mi sono sentita una merda.

Svegliarsi presto al mattino del secondo giorno è un’impresa, ma abbiamo tanto da vedere e chilometri da attraversare. Prossima destinazione le cascate di Hammat Ma’in. La peugeout percorre con soddisfazione le strade asfaltate che tagliano in due un paesaggio giallo fatto di montagne rocciose, pochi cespugli verdi in questa stagione e ai bordi della strada segnalazioni di caduta massi e di passaggi di cammelli. Stiamo per raggiungere Il Wadi Mujib, la gola che ospita la riserva naturale sulla terraferma "più bassa" del mondo e da ogni punto si vede chiaramente il percorso della strada che in discesa si snoda tra le montagne come un lungo serpente argenteo e che brilla sotto i raggi del sole. La radio perde il segnale, resistono solo le frequenze di una radio israeliana. Dopo circa un’ora e sotto il sole infuocato siamo all’ingresso di queste meravigliose e benefiche piscine naturali. Cerchiamo un posto per infilarci il costume, ci indicano la direzione per l’area riservata alle famiglie. Ed eccole lí, maestose, le altissime cascate precipitano giù dalla montagna, in mezzo al vapore che sale su dalle acque bollenti con temperature che oscillano tra i 45 e i 60 gradi. Resto senza parole per la bellezza, la maestosità, la natura e tutti questi colori. Amazing.
Ma una cosa spegne ogni mio entusiasmo, una cosa assurda: siamo nell’area riservata alle famiglie ma le poche, pochissime donne che ci sono, sono vestite, velate, sedute all’ombra. In acqua solo uomini. Ora, io davvero rispetto la cultura dei paesi islamici ma qua davvero non ce la posso fare, ma proprio fisicamente nun ce la posso fare, il caldo, la lunga strada per venire fin qui, per fare che? sedermi all’ombra? Il mio compagno-di-avventura penso non mi abbia mai visto così incazzata davanti a certe assurdità della sua cultura, cerca di tranquillizzarmi dicendo che forse potremmo cercare l’area riservata alle sole donne, 
“e ci sono le cascate naturali anche lí?” gli chiedo. 
“Non saprei” mi risponde “ma di sicuro c’è una piscina” 
Excuse me? Mi spiace, davvero mi dispiace ma sarò molto irrispettosa: uomini delle cascate, se pensate che sto per mancarvi di rispetto, uscite dall’acqua, ché sto per entrarci anche io, l’unica cosa che posso concedere è di non togliermi i vestiti di dosso. Sorry, I’m very sorry, ma sono una donna e questa hot spring Dio l’ha creata pure per me.
Con gli occhi addosso di giordani di tutte le generazioni, magri, ciccioni, ignudi sotto i gettiti di acqua bollente che arrivano fortissimi, e con i vestiti addosso che si appesantiscono rigonfi d’acqua e che mi fanno camminare in equilibrio precario, salgo le scale fra le rocce, gradini irregolari e protetti da un materiale antiscivolo, passo attraverso una grotta-sauna con una decina di uomini seduti a sudare pure l’anima, mi ustiono un piede in un pozzetto di acqua per evitare di scivolare goffamente sulle scale e finalmente mi impossesso del mio posto in queste sorgenti a 260 metri sotto il livello del mare, un’oasi nel deserto da dove le acque si riscaldano scorrendo in fenditure laviche per poi scorrere, benefiche e ricche di minerali, lungo la valle. Fanno bene a tutto, alla pelle, alle ossa, un massaggio benefico pure al cuore.
Passiamo per un sentiero che porta ad un'area panoramica e ci fermiamo per un panino e conosco degli italiani che visitano per la prima volta il Medio Oriente. Ci accorgiamo presto che abbiamo superato la strada che dà accesso al Mar Morto, potremmo raggiungerlo solo scavalcando un guard rail, scalare una collinetta e percorrere, sotto al sole cocente, una mezz'ora di cammino su una strada sterrata. "da qui è facile, ho trovato la via, you see?, dobbiamo solo scavalcare la collina" Ma non ci riesco, davvero troppo, c'ho n'età e in tutta la mia vita il massimo che ho arrampicato è il divano di casa mia. Guardo il Mar Morto solo da lontano, con i contenitori per raccogliere il fango in mano e che resteranno vuoti per tutto il resto del viaggio. Poco tempo, dobbiamo raggiungere Petra prima del tramonto.
Ed eccoci a Petra. Scopriamo subito che c’è la possibilità, e non succede sempre durante l’anno, di visitarla di notte.
Petra è l’unica città al mondo ad essere stata completamente scavata nella roccia. Era l’antica capitale del regno dei Nabatei. Per entrare a Petra bisogna percorrere il Siq, Siq in arabo vuol dire “gola”, è un lungo canyon di arenaria rosa che un tempo era percorso da un fiume le cui acque ne hanno modellato la forma. Visitare Petra di notte è come entrare in un’altra dimensione, il canyon è buio e il percorso illuminato da più di duemila candele, la città si svela a poco a poco, dalle tenebre mostra le sue sembianze per poi nascondersi di nuovo, sotto a un tetto di stelle brillanti nella lingua di cielo in mezzo alle pareti a picco, pareti che in alcuni punti si allargano e in altri, specie verso la fine, si restringono, si avvicinano, diventa tutto ancora più buio, per poi riaprirsi improvvisamente sull’opera architettonica più misteriosa e più bella, l’El-Khazneh Firaun. Un percorso emozionante, difficile a spiegare con parole. Ci sediamo ai piedi dell’El-Khazneh Firaun illuminato solo da candele e siamo accolti da una musica beduina suonata col rababa, antico strumento arabo ad una corda, ed un flauto. Le stelle tremano, due gatti si rincorrono in un momento unico, davvero magico, tutto è una continua sorpresa.
L’indomani prima di partire per il deserto, torniamo di nuovo qui a Petra, che merita di essere visitata anche di giorno. Non ci sono molte persone e camminiamo lentamente lungo questa strada attraversata nei millenni da seta cinese, aromi e spezie dal medio oriente all’India, da avventurieri e antichi esploratori tutti travolti dalla bellezza, sedotti da questa città come da una regina piena di mistero. Il sole non è alto e procedo al fresco tra le pareti pensando: come avrà fatto questa antica civiltà a scavare nella roccia una città intera? A realizzare sistemi di canalizzazione delle acque così perfetti? A rendere fertile il deserto? Perché si esclude l’intervento di esseri di altre dimensioni? Tutto qui, incluso misteriosi rumori di origine ignote, rimanderebbero a questa non remota e per niente fantasiosa ipotesi. Io proprio non la escluderei. 
Tantissimi bambini beduini lavorano in questo chilometro e mezzo e provano a vendere per un Jordan Dinar oggetti intagliati nel ferro o a offrire i loro asinelli per continuare il cammino fino ai templi. 

Mentre mi aggiro guardandomi attorno, due donne velate mi fermano e chiedono di essere fotografate, non capisco bene come faccio poi a far loro avere la fotografia, quando si mettono al mio fianco e, una alla volta, chiedono di essere fotografate con me, una situazione da non credere: arrivano mamma, zio, zia, nipotini, tutti ad uno ad uno mi si avvicinano e sono circondata da tre uomini, con vecchi telefonini che si aprono a conchiglia, a scattare foto dei loro parenti assieme a me. Mi mettono in braccio un bambino, che mi guarda senza capire, pur’io lo guardo, vorrei dirgli “ci sto capendo ancor meno di te”. Ma c’è poco da capire, è gente semplice, che forse vive in un piccolo villaggio, che con con cuore puro e genuino mi ha vista così diversa e vuole farsi una foto con uno straniero…continuano a farmi cenni per dirmi che sono bella ma la bellezza della loro sempliciità, ormai scomparsa alle nostre latitudini, supera nettamente la mia. Mi lasciano piena di stupore e meraviglia, mai mi era successo una cosa così. Davvero assurdo, io e il mio compagno-di-avventura ridiamo e, mano nella mano, sorpresi e meravigliati, li guardiamo andare via come un gruppo di bambini nella loro prima gita assieme.
La strada è lunghissima e il sole sta per diventare alto e cocente. Il mio compagno-di-avventura procede, io decido di fermarmi nell’unica cava sulla strada dove i beduini vendono oggetti di artigianato e succhi di frutta. L’uomo che prepara per me acqua, limone e menta mi fa compagnia e ha voglia di parlare “where are you from ‘mam?” “Italy” e qui lui, giuro, mi parla in italiano e qui, io lo giuro, lui mi dice “ho un amico, è di Napoli, viene spesso qua, mi ha insegnato l’italiano, non ci sono mai stato ma credo di amare Napoli” What??? Gli racconto che vengo proprio da quella città, mi sorride con gli occhi neri truccati col kajal che i beduini usano per proteggersi dal sole. Gestisce la cava/negozio dove ci sediamo a bere insieme “…da ragazzino vivevo in una cava come questa, allevando capre e cammelli, poi il governo ci ha mandato via, ci ha dato delle case in un altro villaggio, siamo fortunati non paghiamo le tasse, ma da allora la vita è cambiata. Ho cominciato a pensare a fare business, sono diventato un’artista della sabbia, disegnavo paesaggi nelle bottiglie, e non usavo la colla come fanno adesso, mi spiace di non averne una, potrei farti vedere quanto sono veloce a disegnare un cammello con la terra; poi ho dovuto cambiare perché ho un problema agli occhi e ora gestisco questo negozio. La vita prima era dura, bisognava stare con gli animali col caldo, le tempeste di sabbia e con il freddo, ma la testa era libera dai pensieri. Adesso, vedi, noi beduini abbiamo più soldi, ma la testa è pesante, abbiamo pensieri. You see?, non ci sono molti turisti qui, siamo al confine con la Palestina e con la Siria, la gente ha paura di venire, ed è assurdo, la devono smettere, la devono smettere …io e te troviamo il modo di parlare eppure io sono beduino e tu italiana ma prima di questo io e te siamo la stessa cosa, noi siamo due essere umani. Nella mia cultura fino a poco tempo fa non c’era il concetto di frontiera. Incontro ogni giorno gente di ogni nazionalità, parlo arabo, inglese, francese, ho imparato questo poco di italiano e un po' di russo e sai per quanto tempo sono andato a scuola? un anno e mezzo, poi sono scappato, non ce la facevo a stare chiuso in una stanza per così tante ore”
“Devi essere fiero di te e della tua radici. Sai, io adesso lavoro in Qatar e lavoro in comunicazione, i qatari non vogliono essere associati ai beduini pur essendolo, è una cosa che proprio non capisco…”
“Listen, se tu hai una madre e dici ‘questa non è mia madre’, tu menti. E non stai mentendo agli altri, tu stai mentendo a te stesso”.
Mi versa ancora limone e menta, il mio compagno-di avventura ritorna e questo beduino saggio smette di usare parole in italiano in segno di rispetto, e poi prende si alza e si siede altrove. Lo saluto quando vado via e lui come ogni buon arabo mi dice “Torna! Qui a Petra sarai sempre la benvenuta. See you, Insha’allah ”. Avrò speso con lui sí e no una mezz’ora ma è di sicuro, assieme alla famiglia di fotografi, tra gli incontri più belli di questo viaggio. Ha sintetizzato in due parole come l'apparente star meglio e l'inclinazione al business troppo smisurata crea disarmonia, propendere troppo allo sviluppo dimenticandosi di bilanciarlo con l'Amore è come andare contro il senso naturale dell'Universo, provoca disequilibrio e autodistruzione.
La tabella di marcia vuole che ci rimettiamo in macchina, destinazione Wadi Rum, andremo a dormire nel deserto. La macchina si avvia e la radio parte da sola sulla solita, e qui unica possibile, frequenza israeliana che proprio in questo istante, con un tempismo perfetto, che a volerlo farlo apposta non riusciva così bene, trasmette una musica che non poteva essere più appropriata: dico addio a Petra, alla sua bellezza e alla sua gente mentre Mercedes Sosa, delicata e struggente, canta: ‘Gracias a la vida que me ha dado tanto/ Me dio dos luceros, que cuando los abro/ Perfecto distingo lo negro del blanco/ Y en el alto cielo su fondo estrellado/ Y en las multitudes el hombre que yo amo./ Gracias a la vida que me ha dado tanto”.
Amo guardare a queste coincidenze, a queste piccole cose invisibili che accadono quando tutto si dispone in armonia seguendo un ordine creatore che inonda il mondo d'Amore.


Ci attende la notte più bella, sotto le stelle del deserto nella valle del Wadi Rum, una vallata immensa di sabbia e arenaria rosso fuoco che le acque e il vento nei secoli hanno scavato dando origine a ponti naturali, archi, pietre intagliate che si alternano a pietre piatte. Mohammed, la nostra guida beduina, ci spiega che alla sua gente il Governo ha affidato il mantenimento di quest'area. 
Saliamo a piedi nudi su una alta duna e la sensazione di affondare i piedi nella sabbia calda e soffice è rigenerante. Dall'alto lo sguardo si perde in tutta la vallata. Tutto è rosso, marrone, giallo, in alcuni tratti bianco argenteo come un paesaggio lunare. Lontano carovane di cammelli procedono in mezzo a greggi di capre e piccoli pastori. Ogni tanto un fuoristrada taglia con una scia bianca il rosso al suo passaggio.
Il campo ha quattro tende disposte su piattaforme di legno e coperte da teli di lana, due letti in ognuna delle tende, non c'è elettricità, non acqua ma solo una finestra sul sole che sta tramontando.
La cena è attorno al fuoco dove conosciamo altri amici, siamo in otto, guide comprese, e nell'intimità silenziosa di questa notte gli amici beduini raccontano di serpenti e volpi rosse, di scorpioni e di gatti delle sabbie. Non c'è musica, nessun accenno di animazione, o di intrattenimento turistico. Ci fanno vedere come hanno cucinato la cena. Sepolta nella sabbia bollente una pentola a tre piani con pollo, patate, carote, cipolle e zucchine, tutto cucinato con carbone e mantenuto al caldo avvolto in una carta argentata in un buco sottoterra. Mangio un pollo che sa di pollo!
Dopo cena con il mio compagno-di-avventura ci allontaniamo dal campo nelle tenebre della notte, seduti a terra sopra un sasso, guardiamo l'infinità di un cielo nero come la pece che si fa azzurro vicino alla luna crescente e solitaria, accanto a lei una sola stella e poi il punto rosso fermo del pianeta Marte, dopo di loro il firmamento. La notte è lattiginosa. Un grande ammasso di stelle, alcune sono fisse ma le altre per lo più tremano, cambiano forma per l'intensità di luce che emettono. Cadono parecchie stelle ai lati della luna, non dall'alto verso il basso, ma in una diagonale lunga che converge e poi sparisce chissà dove dietro la luce della luna. Stelle cadenti e nessun desiderio, solo un grazie al mio amico, a me e a questo cielo.
Ci alziamo davvero presto nella tenda sulla terra rossa del deserto, è l'ultimo giorno e dobbiamo tornare in tempo all'aeroporto.
La peugeout champagne, ormai camaleontica su questa terra, sfreccia come un missile per la lunga strada dritta che sembra non avere fine. La strada è completamente vuota e il mio compagno-di-avventura si scatena, guida a folle velocità che io perdo 10 anni della mia vita per lo spavento, provo a chiedergli di rallentare mi dice “no, la strada è vuota, il tempo è poco, se hai paura non guardare avanti, guarda le montagne guarda lí c'è una stazione”. Completamente impazzito! Sembra un ragazzino che gioca alla playStation. "you see? se guidi in Cairo puoi guidare dappertutto!" Fa una pausa e poi continua "in realtà mio padre ha guidato in Italia e mi ha detto che non è così, il fatto è che noi non conosciamo le regole"
"come non conoscete le regole..."
"voi in italia frequentate una scuola per la patente, giusto? noi no, noi paghiamo e facciamo una guida sola. Io l'ho fatta persino senza occhiali. All'epoca portavo gli occhiali ma nella foto sulla patente ero senza e quando sono andato a fare la guida mi hanno detto, o cambi la foto o fai la guida senza occhiali, perciò, khalas, l'ho fatta senza…"
No, ma so' cose che fa piacere sapere a fine viaggio mentre sto con te sparata a mo' di missile in mezzo a montagne a strapiombo. No, ma schiantiamoci ma che ce 'mporta… 
Superiamo l'ennesimo check point, in Giordania ci avranno fermato almeno cinque volte, ti fermano, ti guardano, aprono il cofano, chiudono il cofano, riprendi e vai. Stavolta non ci fermano "è perché hanno visto che sei europea, questi credono che gli europei non possano essere terroristi. You see? siamo una perfetta combinazione io ti faccio risparmiare soldi e tu il tempo di questi stupidi checkpoint. Go, donkey, go!" .
Facciamo la nostra entrata trionfale nella città di Amman, coperti di terra rossa, ci dirigiamo verso il posto dove possiamo comprare l'ultimo falafel ma è impossibile, troppo traffico, abbiamo tempo solo per l'aeroporto. Ci separiamo davanti al carrello di valigie. Ci ritroveremo in Qatar.
In fila al gate mi rendo conto che sto tornando a Doha dall'eleganza impeccabile dei pochi uomini in fila e della sequenza di donne in abaya nero seguite e servite da un esercito silenzioso di nanny proveniente per lo più dall'estremo oriente e dal centr'Africa. Ragazze vestite volutamente in modo più dimesso dai loro padroni, ragazze che ci avranno messo un secolo per arrivare qua, sognando chissà quale vita nuova, pagando un prezzo altissimo, per finire pure di perdere quel poco di libertà che forse nel verde delle loro savane, e delle loro montagne, forse lí ancora avevano. Una di loro, in fila, mi pesta un piede, prego, passa, anima lieve, tu porti un peso che io non potrò mai sapere. 
All'entrata dell'aereo, piena di polvere, guardo assonnata l'hostess che mi riceve, non ho preparato il biglietto e mi fa stare fuori dalla fila fintanto che non lo ritrovo. Panico. Tiro fuori tutto dalla borsa e non lo trovo, lei quieta e rassicurante mi fa cenno di prendermi il mio tempo. Tiro fuori il biglietto di andata in Bahrain, il biglietto Bahrain-Amman, poi di nuovo Bahrain e poi monete di tutti i tipi, Jordan Dinar, Qatari Riyal, dollari e persino euro. Lei divertita mi dice, how many places did you visit?, ed eccolo che spunta fuori, il biglietto dal regno del Bahrain a Doha, eccolo, posso tornare a casa. 
Casa. Per quanto possa essere casa un residence in un albergo. 
Casa. A maggio ho lasciato la mia casa di Roma ad una amica, l'ho svuotata di tutte le mie cose, e fa impressione svuotare una casa delle cose di una vita, custodirle in scatoloni o darle via; ma sono felice di alleggerire le valigie del mio viaggio, così ogni posto può essere casa. È casa questo viaggio, è casa di sicuro il mio compagno-di-avventura e i suoi progetti per viaggiare ancora. È casa aver messo per lui un messaggio in una bottiglia, e guardarlo ridere sorpreso quando l'ha trovato nascosto nelle dune.
È casa lo sforzo di comunicare con me di un beduino giordano, è di gran lunga più casa lui che qualche europeo nazista ed ingombrante con cui ho a che fare a Doha. È casa ogni luogo abitato da mia madre, e ogni posto dove ho incontrato Carla e Enrico; è casa Massimo, e mia cugina, che mi mostra la sua nuova casa a Roma: 'questa la cucina, questa la sala, la camera da letto e questa è camera tua tutte le volte che tornerai a Roma'.
È casa chi mi viene a prendere all'aeroporto e ogni posto in Italia e a Doha dove sanno fare il tiramisù buono. È casa l’hummus e il baba ganoush con melograno di Fauzi al ristorante iracheno, è casa mangiare al Souq Waqif e non pagare per qualche strano motivo mai capito e per la gentilezza squisita di questo siriano silenzioso, fuggito via dall’orrore di una guerra maledetta che non ha distrutto il suo bel cuore.
È casa quando faccio pace col cervello; è casa quando essere me stessa non fa rodere il culo a nessuno. È casa camminare nella polvere in mezzo la sabbia di questo deserto del Medio Oriente o nella terra rossa della mia amata Africa, con i capelli asciugati dal vento. È casa gli undici leoni che ho accudito in South Africa, my Gosh, how much I miss you, my lovers! È casa i miei amici arabi che parlano l’italiese :)
È casa assecondare la voglia di fare foto, e poi quella di non farle più, e non dover dimostrare niente a nessuno. È casa quando scrivo. È casa il mio lavoro. 
La mia casa sono io, adesso, ogni volta che lo permetto, 
la mia casa è ovunque, tutte le volte che io sono.


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FOTO GIORDANIA 2014 ©speranzacasillo
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