Il Nepal all'improvviso.

Immagina una strada e mettici sopra tutto, assolutamente tutto, case, motociclette, macchine, fumo, polvere, immondizia, mucche, tuk-tuk con porte aperte, risciò dipinti ornati di fiori e coperti da teloni di plastica ché è tempo di monsoni, cavi sospesi della corrente elettrica, santoni con la faccia dipinta in motoscooter, negozi uno addosso all’altro pieni di vestiti leggeri e anche di vestiti pesanti pronti a riscaldare chi da qui vuole salire in montagna; e poi mettici me, secondo passeggero senza casco di una moto vecchissima, la moto di Ganesh, “Guardati intorno, qui a Kathmandu solo il primo passeggero usa il casco”. Ed eccomi qua, a Kathmandu, a fare lo slalom tra bambini che attraversano la strada, donne che hanno addosso tutti i colori possibili e uomini accatastati in tuk-tuk senza portiere o che semplicemente camminano in mezzo al traffico, il più delle volte sputando per togliersi dalla bocca quest’aria grigia, contaminata, pesante. Nessuno si ferma, nessuno rallenta, tutti suonano il clacson, in una città senza semafori con vigili a bordo strada a chiacchierare e a bere qualcosa. “Ganesh ma perché suoni, non vedi che è tutto bloccato?” “Suono per dire: ehi liberate la strada, ho un ospite sacro, viene dal Qatar ma è italiana”.

Ventiquattro ore prime, tornando a casa da lavoro a Doha e dopo essermi resa conto che stava per finire il Ramadan e che avrei avuto tre giorni di ferie per le Eid che sommate al week-end sarebbero stati cinque, uscita dal supermercato del quartiere dove vivo, ho letto un’insegna “Millennium. Travel agency”. Sovrappensiero l’ho superata e poi stop, un passo indietro, e dopo dieci minuti avevo già acquistato l’ultimo posto del volo per Kathmandu della notte.

Essere migrante, lontana dai tuoi affetti e essere pure tornata single, non è proprio il massimo, ma avere valigie leggere ha i suoi lati positivi: nessuno con cui organizzare, a cui chiedere se gli va bene, e poi aspettare i suoi tempi, le sue ferie, i suoi visto di entrata. Sei tu, sola, con la tua libertà: la condizione del “tutto-è-possibile”, quella che dopo che ti ha disorientato, spaventato, fatto perdere ogni equilibrio e riferimento, dopo tutto questo ti fa guardare a te stessa, sopravvissuta e persino più forte, e ti fa sorridere con quella leggerezza che viene dalla disperazione, l’unica leggerezza di cui mi fido.

All’aeroporto di Kathmandu fa fresco, sarà che vengo dal caldo del deserto ma la temperatura mi sembra più che sopportabile, mi aspetta la mia guida Ganesh; Ganesh l’ho contattato su Facebook dopo aver letto il blog di viaggio di un ragazza italiana, Valentina, mi sono fidata di lei perché bisogna pur fidarsi di qualcuno in questa vita; Ganesh mi mette al collo una sciarpa bianca di benvenuto e a mani giunte sul petto mi dice Namasté: lo spirito divino che è in me riconosce lo spirito divino che è in te.
Dopo nemmeno mezza giornata con lui, mi fido di questa anima pura al punto di lasciargli zaino, soldi, passaporto, tutto.

Mi porta all’albergo, pure questo scelto dal blog di Valentina, si chiama Pariwar Hotel ed è nel centro del quartiere Thamel, lo staff è molto affabile e fa di tutto per accoglierti in queste stanze sporche, vecchie, al limite della decenza, ma con un ottimo wifi e, grandissimo lusso, due poltroncine, un vecchio televisore e l’aria condizionata.

Nel pomeriggio visito lo stupa di Boudhanath, un monumento spirituale buddista che sovrasta tutta la piazza con la sua cupola bianca con impressi gli occhi compassionevoli di Buddha che attraverso l’architettura dello stupa mostra i 13 gradini per raggiungere il nirvana, il terzo occhio, l’illuminazione. Nella piazza chiunque passa fa una sosta, accende una candela o fa girare la ruota della preghiera, cilindri con impressi i mantra che ruotano liberando preghiere agli dei.

In piazza un uomo vestito d’arancione sta fermo ore e ore sotto il sole cocente con in mano un recipiente con miriadi di piccioni che gli volano attorno e circondato da turisti di ogni provenienza, occidentali, asiatici, donne in abiti tibetani con fantasie a fiori accostate a righe rosse verde nere con la maestria di chi appartiene ad una cultura che sa cos’è il colore. Ci muoviamo in questo sito protetto dall’UNESCO ma che l’UNESCO non è riuscito ahimè a proteggere dal terremoto di un anno fa e ancora si vedono i segni evidenti di distruzione  e la polvere delle pietre cadute si mescola alla polvere dei mattoni della ricostruzione, all’aria inquinata e irrespirabile di questa città.

Lasciamo lo stupa buddista per raggiungere il tempio induista di Pashupatinath, che è il luogo qui a Kathmandu che davvero mi è rimasto più nel cuore. Partire senza sapere dove stai andando fa sí che poi davvero tutto ti stupisca, tutto ti sorprenda, e io sono rimasta fortemente colpita dal passaggio tra la folla di una salma su una barella, portata da quattro uomini, totalmente avvolta in un telo bianco e arancione e poi disposta su una catasta di legna lungo fiume. Un gruppo di uomini sono attorno al defunto, e uno in particolare seminudo e con una fascia bianca attorno alla fronte e alla vita, ruota in senso orario attorno al morto; piange, disperato: è il figlio maschio, forse il maggiore, e tocca a lui appiccare il fuoco per la cremazione del corpo, far sí che l’anima venga liberata per essere pronta a una nuova reincarnazione. Questo tempio è un luogo di preghiera ma anche un cimitero e luogo di cremazione. Le cataste di legno sono pire funerarie e si affacciano tutte sul fiume in modo che le ceneri vengano buttate nelle acque sacre del Bagmati per raggiungere il fiume sacro dell’India, il Gange.
Mai assistito ad una cosa del genere, non so neanche se è giusto essere qui davanti a tanto dolore, ma questo luogo è aperto ai turisti, i turisti possono persino fotografare, ma vedere da vicino la vita di un uomo che si scioglie in cenere per mezzo del fuoco e finisce in acqua per sempre tra l’odore acre della carne bruciata che l’incenso invano tenta di coprire, toglie ogni volontà di fare una foto. Davanti a questo resto immobile e incantata. Incantata da una città puzzolente, chiassosa, eppure disarmante come una donna che si mostra per quello che è; sono qui da poche ore e Kathmandu non mi ha nascosto niente, se puzza non si lava, se muore non nasconde le budella, ma è bella che ti spiazza con lo sguardo autentico di chi sa, chi sa che esiste il bene e anche il male, e non nega niente, non nasconde, Kathmandu quando è bella è la più bella di tutte e non fa niente per essere amata, se ne sta là con la sua verità e se la verità ti farà bene o ti farà male, dipende da te e da quanto sei disposto ad accettare.

Secchiate di acqua ripuliscono le pira; torniamo verso i templi percorrendo un ponte; incrocio una donna anziana ricurva, rugosa, capelli bianchi raccolti e la tika sulla fronte, mi chiede di farle una foto, si mette in posa, scatto e se ne va; due sadhu, dal corpo completamente dipinto e i capelli lunghi, elemosinano rupie, eppure si dice abbiano abbandonato le cose del mondo per vivere da asceti; seduti sulle scale che si affacciano sul tempio, un gruppo di giovani nepali si riposa, si ripara dal sole, mangia qualcosa; e poi le urla di una donna sulla riva opposta, un altro corpo, un altro telo arancione, ancora acqua, fiori, incenso, inizia un’altra cremazione.
Ganesh è super protettivo, attento a tutto, e mentre io mi guardo intorno lui si assicura che nessuno mi dia fastidio, e sopratutto, ogni volta, ma proprio ogni santa volta che lasciamo un posto e ci avviciniamo alla moto, fa l’elenco di tutte le cose: “Il cellulare è con te? Guarda bene. E gli obbiettivi? Gli occhiali? Il portafoglio mettilo nella tasca grande…” così ogni volta, che nemmeno mia madre nei suoi momenti migliori. E ogni volta mi racconta di quando un suo cliente ha perso il cellulare, pare sia stata una tragedia immane. Ci fermiamo a comprare una mascherina per me ad un mercatino, la sceglie lui, grigio chiaro, e ora mascherina, occhiali, e zaino ci ributtiamo nel traffico come se non ci fosse un domani, dietro a tuk-tuk strapieni, al fianco di moto di ogni grandezza con a bordo famiglie intere; le donne di qualsiasi età, se sedute dietro, stanno sedute con tutte e due le gambe su un solo lato; ci si incrocia, ci si sorride ma, puoi pure morí, qua noi si frena solo al passaggio di una mucca. Siamo diretti al Swayambhunath, il tempio delle scimmie. È un tempio induista ma qui a Kathmandu ogni tempio è frequentato da buddisti e induisti, gli occhi del Buddha sullo stupa circolare guardano compassionevoli tutti, senza distinzione, in cambio i sacerdoti fanno suonare le campane perché gli dèi possano sentire il mantra sventolato al cielo da bandierine colorate mosse dal vento o liberato dalla mano di un pellegrino che fa girare la ruote di preghiera. E gli dèi sono là, e noi qua certi che ci aiuteranno, esaudiranno… un monaco con un colore rosso mi disegna la tika sulla fronte e mi accoglie legandomi un braccialetto rosso al polso. Ovunque candele, fiori e ciotole di riso. Mamma scimmia approfitta del riso, baby scimmia gioca veloce sul terrazzo del tempio tra mille bandierine, salta, corre, domina gioiosa l’intera città.

L’indomani ripartiamo alle quattro del mattino! Io Ganesh e la mia mascherina, allineati e coperti, nella macchina di Santo, direzione Nagarkot, a 32 chilometri da Kathmandu, a vedere il sole nascere tra le catene montuose dell’Himalaya. La macchina scassata che ad ogni curva sembra perdere pezzi, procede per un’ora e mezza lungo la strada in salita tra gli altissimi pini del bosco sulla collina, dobbiamo arrivare a duemila metri più in alto e più procediamo e più non ho bisogno della mascherina. Mentre vengo sballottata ad ogni curva da una parte all’altra, col sottofondo di canti tradizionali nepali, accompagnati da flauti, violini e tabla, sorpassiamo camion, macchine e dei pazzi che di prima mattina fanno jogging lungo la strada. Arriviamo in cima, c’è una torretta ornata da bandierine colorate da cui si vede tutta la vallata, ma il cielo è totalmente coperto che non si vedono le montagne. Siamo soli, io, Ganesh e due cani randagi che hanno fatto il pezzo di strada a piedi assieme a noi. Aspettiamo un po’, arrivano tre ragazzi, si arrampicano veloci sulla torretta ma le nuvole sono dense, nemmeno un raggio di sole. Ganesh è più deluso di me e, sinceramente dispiaciuto, dopo una mezz’ora, mi viene a dire “Torniamo indietro, mi dispiace, ma le montagne hanno chiuso le porte e per tutta la giornata di oggi non le apriranno”. I cani fanno la strada del ritorno assieme a noi.

Nel tragitto verso la città, attraversiamo i villaggi di questa collina, molte donne scendono in paese con recipienti pieni di latte appena munto che vanno a vendere al mercato, muratori a bordo strada ricostruiscono questo piccolo mondo, e poi meccanici, artigiani, contadini, donne che aprono le botteghe, bambine servizievoli chinate a pulire il marciapiede con una scopa di saggina. Chiedo ai ragazzi di fermarsi e ci mettiamo a parlare con un gruppo di tre donne e un ragazzo, le più anziane si mettono in posa, una con i capelli argento raccolti sulla nuca, la tika rossa, vestito a fiori, sorride in camera, con gioia e imbarazzo; la più giovane, a mani giunte sulla bocca, sussurra “namasté”; la più anziana, capelli argento, la tika gialla sulla fronte, orecchini d’oro, un vestito verde a righe rosse e bianche, spalanca i suoi occhi in camera, fiera, non parla eppure dice “eccomi, sono qua, sono io, sono ora, questa è tutto ciò che io sono!”
Era una vita che non fotografavo.
“Ganesh sai, ho un progetto, si chiama DIRITTO ALLA FELICITÀ, ti va di aiutarmi, intervistiamo un po’ di persone anche qui?”
Ganesh finalmente sorride di nuovo.

Il mio progetto è un progetto fotografico molto semplice, faccio una foto e chiedo alle persone “che cos’è la felicità per te?” L’ho realizzato in Italia, in Kenya con i miei amici maasai, nelle township di Cape Town in Sudafrica, nella città multiculturale di Doha in Qatar, e adesso qui in Nepal. E ciò che davvero mi interessa è che nel momento in cui chiedi a qualcuno che cosa è la felicità gli stai facendo pensare alla felicità…
In un ristorante a Durbar Square, io e Ganesh lo chiediamo al ristoratore. È seduto al tavolo più vicino al televisore, sta guardando un film nepali, un bollywood a metà tra un film western e una sceneggiata napoletana dalle immagini scolorite. È un omone grosso, ha una maglietta verde con macchie di unto, due catenine al collo, i baffi neri e gli occhi rossi, si avvicina che sembra burbero, distante e cattivo, si siede al nostro tavolo e si apre ad un sorriso cordiale, buono, genuino. Ordina da bere. La sua idea di felicità ce l’ha chiara, si fa fotografare e poi mi detta:
“La felicità è prima di tutto soddisfare se stessi, il tuo corpo e la tua anima e poi tu devi dare. Noi nasciamo con la felicità e la tristezza, la felicità rimane se diamo: se hai soldi devi spenderli, se hai conoscenza devi condividerla, più dai e più ricevi in cambio. Io sono felice perché lascio le cose andare…”
Intervistiamo la moglie, i due ragazzi che lavorano con lui, fermiamo altre persone nella piazza, persino i militari, anche quelli senza pistole, armati di coltelli e pugnali.

La felicità ha definizioni davvero diverse a seconda della parte del mondo. In Italia la risposta più comune è che la felicità è trovare pace, amore, armonia, in Africa la felicità è un desiderio più concreto, è la macchina da cucito per il sarto o un’officina nuova per il meccanico. Nel Medio Oriente, è la madre, la famiglia. In Nepal la felicità è trovare equilibrio, tra il bene e il male, tra te e gli altri, tra quello che c’è di buono e quello che c’è di male. In questa parte del mondo non si nega che esiste anche il male, la felicità sei tu quando sei spettatore equilibrato di sentimenti contrapposti, entrambi tuoi, entrambi parte del tuo essere. 
Trovo meravigliosa questa cultura, intrisa di una saggezza antica, libera da sovrastrutture, consapevole di tutti gli aspetti dell’animo umano. Fuori dai templi sono disegnati mandala con la ruota della vita, rappresentazione visiva di come riconoscere e tenere in equilibrio i tre veleni: la cupidigia, l’odio e l’ignoranza; una cultura antica che non reprime e che disegna sui templi dedicati a Dio le immagini erotiche del kamasutra e che, senza moralismo, considera il sesso armonia tra gli opposti, completamento del disegno divino, momento essenziale per il raggiungimento della FELICITÀ.
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Da questa bellissima piazza, o quel che resta della piazza dopo il terremoto, un quadrilatero di cortili e templi a forma di pagoda, con due o tre tetti che proteggono il volo di miriadi di piccioni, dai colori rosso nero ed oro, ci dirigiamo al tempio della Kumari, la dea bambina.
La Kumari è una bambina in cui gli induisti vedono l’incarnazione della Dea, una Dea vivente che viene scelta tra le bambine della casta buddista a cui originariamente apparteneva lo stesso Buddha, ma venerata da buddisti e induisti. La bambina per essere scelta deve avere 32 perfezioni, non deve avere ferite, non deve mai aver avuto perdite di sangue, non deve piangere, non agitarsi, ma nemmeno mostrarsi disinteressata. Deve affrontare diverse prove, tra cui superare da sola una notte al buio dormendo tra le teste sgozzate di buoi sacrificati alla Dea. Se supera tutte le prove, viene riconosciuta come reincarnazione e portata a palazzo come divinità Kumari, dove resterà fino al primo mestruo. Per tutto il periodo i suoi piedi non toccheranno terra, sarà trasportata da un portantina dorata. E sarà venerata anche dallo stesso re. I turisti aspettano che si affacci dalle finestre dei suoi appartamenti nel cortile sottostante. Il cortile è piccolo, c’è un albero al centro e tutto intorno le mura del palazzo Bahal in mattoni rossi e finestre di legno nero, al secondo piano l’appartamento della piccola Dea. Quando non sarà più Dea, ovvero quando la Dea lascerà il suo corpo, il governo Nepali provvederà a lei con un sussidio mensile e non potrà sposarsi.
Ascolto Ganesh raccontarmi questa storia e mi viene un’angoscia per questa ragazzina ma me la faccio passare, per queste persone è una privilegiata. Con la macchina fotografica passeggio nel cortiletto, è un periodo di bassa stagione e siamo in pochi qui. Nel momento esatto in cui un piccione o forse due mi cagano addosso, Ganesh mi fa segno con la mano per andare da lui. Tutti guardano nella stessa direzione, le tre finestre nere del secondo piano, le due guide nepali presenti, incluso Ganesh, a mani giunte chinano la testa in segno di devozione o in attesa di una benedizione, ed eccola, appare, la piccola bambina, si siede per pochi secondi sul bordo della finestra, è vestita di rosso, gli occhi dipinti di nero e il terzo occhio disegnato sulla fronte, nessuno può fotografarla, ci guarda, impenetrabile, tragica e assente, e poi la portano via.
- Sei proprio fortunata!
- Davvero Ganesh? Ma mi ha cagato in testa un piccione!
- Allora è fortuna doppia per te, devi ringraziare gli dèi.
Mi pulisce con un pezzettino di carta rimediato da qualche parte, il gruppo di turisti se ne va sorridendomi, un liquido bianco mi cola dalla fronte.

Passiamo il pomeriggio ai Garden of Dream, il giardino dei sogni, un’oasi di pace e tranquillità nel centro di Kathmandu.
Ad ogni angolo del giardino ci sono coppie di ragazzi, giovani, belli, innamorati. Io e Ganesh prendiamo un gelato. Ganesh mi parla dell’amore.
La sua teoria è che due persone possono stare assieme perché si innamorano o perché le famiglie decidono per loro, Ganesh crede che il matrimonio combinato duri più di quello d’amore, ci sono statistiche precise che dimostrano la sua teoria “ecco, guardati intorno, tutti questi ragazzi si stanno facendo promesse d’amore, ma saranno in grado di mantenerle?”
- Tu come hai conosciuto tua moglie?
- Da poco è morto il mio papà e allora mia madre e mio zio hanno deciso che era tempo per me di sposarmi, mio zio è andato nel villaggio da dove veniamo e quando è tornato ha fatto una riunione con mia madre e le mie sorelle, aveva una ragazza per me della mia stessa casta. La mia famiglia è andata a conoscerla e la seconda volta sono andato pure io. Eravamo tutti seduti attorno ad un tavolo, tutti assieme, quando mio zio ha fatto un segno ho capito che potevo andare a parlare solo con lei. 
- E cosa lei hai detto?
- Sono stato onesto. Per prima cosa gli ho chiesto se le piacevo, lei era timida, abbassava gli occhi ma ha sussurrato sí, allora le ho detto che sono un lavoratore, mi occupo di turismo ed economia, ma che non sono ricco, che verrà a vivere in città ma che se le cose non andranno bene saremmo costretti a tornare in villaggio. Per lei andava bene tutto. Ci saremmo sposati dopo pochi giorni.
- Dopo pochi giorni?
- Sí, ma sfortunatamente è morto il suo papà e allora, per rispetto, abbiamo aspettato quindici giorni. Il giorno del matrimonio a Kathmandu non è arrivata la benzina per le macchine e io e gli uomini della famiglia abbiamo camminato a piedi fino al suo villaggio, ci siamo sposati e sono tornata a casa con lei e abbiamo rifatto la festa.
- È venuta a vivere con te?
- Con me e la mia famiglia, ma noi abbiamo una camera nostra.
- Così questa donna che non ti conosceva, che non ti ha mai abbracciato prima, non ti ha mai baciato prima, si è ritrovata a letto con te?
- Sí, ma io ho preparato tutto, nei quindici giorni in cui come ti ho detto dovevamo aspettare per la morte del padre, ogni tanto mio zio mi diceva: “se vuoi chiamarla, chiama, è tua moglie” e a telefono le ho chiesto come voleva che fosse la nostra prima notte, volevo fare tutto per lei, volevo che tutto fosse perfetto, il fatto è che lei non sapeva cosa dirmi…
- Che dolce che sei, sei innamorato? ti piace lei? è bella?
- Insomma, è normale.
Mi mostra orgoglioso le foto del matrimonio, lui, la sua famiglia, gli amici che sono venuti apposta dalla Russia, e poi lei, la sposa. La donna normale che, nelle foto del giorno del suo matrimonio, il giorno più bello della sua vita, non sorride mai.
Il giorno dopo lascio Kathmandu e con la Buddha Air volo a Pokhara. Pokhara è a mezz’ora di volo ma in mezz’ora lo scenario cambia totalmente, la città è un gioiello incastonato tra le catene montuose himalayane, da qui si ammirano le tre vette più alte, Annapurna I, Machapuchare e Dhaulagiri e da qui partono le spedizioni per scalare le montagne, tranne il Machapuchare che è venerato dai locali come monte sacro a Shiva e non può essere scalato.

La mia guida a Pokhara è un amico di Ganesh, Ananda, e di Ganesh Ananda non ha proprio niente: è un figlio e ‘ndrocchia come pochi, sveglio, intelligente, veloce, c’ha da fa’, non starà sempre con me, ha mille altri giri, gente, ospiti, clienti, mi inserisce come può nella sua agenda. Ha vissuto in Qatar, negli Emirati arabi, e in Afganistan e poi è tornato qui a casa sua. A Doha faceva il benzinaio, a Dubai l’autista e quando arriviamo al capitolo della sua vita trascorsa a Kabul siamo già all’albergo, lo Splendid View Hotel. Finalmente una stanza pulita, spaziosa, una vista sulle montagne meravigliosa e poi lei, la doccia, con rubinetti per l’acqua calda che se li apri e aspetti un po’ esce proprio l’acqua calda. Dopo il tugurio di Kathmandu mi godo questo lusso prima di raggiungere il lago Phewa, il cuore di questa valle.
Dall’hotel basta attraversare la strada e già sono lungo le sponde del lago. È il secondo lago più grande del Nepal, una distesa di acqua cristallina che riflette il verde degli alberi attorno ed è lo specchio delle cime innevate delle montagne che lo circondano, ne raddoppia la magia, la sacralità.
Barche colorate affollano la parte iniziale del lago, gruppi di uomini seduti sulle barche, annoiati, silenziosi, pigri, aspettano; altri, appena più in là piantano le canne per la pesca, un gruppo di bambini seminudi si rincorre e donne in saree colorati lavano i panni sbattendoli sulla terra. Al centro, in mezzo al lago, c’è un tempio, visitato da turisti curiosi e pellegrini devoti. Mi siedo a terra sulla sponda di questo piccolo ecosistema così semplice e fotografo fotografo fotografo… nessuno si arrabbia, tutti sorridono, i bambini quando mi scoprono fanno tuffi più acrobatici dalle punte alte delle barche da dove volano corvi dal becco giallo in un cielo che più azzurro non si può, dipinto da nuvole bianche, lievi e rarefatte, e interrotte dai colori dei paracadute spiegati dal vento in un volo leggero, libero, semplice.

Nel pomeriggio arriva, fresco e impavido, Ananda, giro con lui per la città. Non riesce a dire il mio nome, mi chiama Spransa.
Se c’è una cosa che odio sono le scarpe. Ho due paia di scarpe qui, un paio di scarpe da ginnastica e le infradito, ma tanto non ci azzecco mai, se è freddo ho i piedi scoperti e se è caldo ho le scarpe chiuse. Chiedo ad Ananda cosa ha intenzione di visitare e se le infradito sono ok, dice “sí, sono ok”. Saliamo in macchina e ci avviamo verso un tempio e poi una cava, distante dal centro città. Ananda chiacchiera chiacchiera, sa anche un po’ di arabo e lo sfoggia tutto credendo che io possa capirlo ma io mi fermo a Shukran, Yalla, Khalas,il suo arabo invece ha a che fare con “scusi mi fa il pieno?” “ecco il resto, signore” “grazie!”. Tra Doha e Dubai si è trovato meglio a Dubai, “i locali mi rispettavano di più”
Ma invece che ci facevi a Kabul? Gli chiedo tra il tempio e la cava. - Spransa, Conosci Al Qaeda? Conosci Osama Bin Laiden? Facevo il driver, presso la base NATO di Kabul, quella per distruggere Al Qaeda.

Parcheggia la macchina davanti alla cava, lo conoscono tutti, pago il biglietti solo per me, le guide entrano gratis e dopo i primi due gradini mi accorgo che cazzo ho assolutamente le scarpe sbagliate. Le infradito sono scivolose e la cava è umida nel primo tratto e poi diventa fango e pozzanghera nei tratti che posso vedere da qui, poi tutto diventa buio. “Non preoccuparti, dammi lo zaino e dammi la mano, mi prendo io cura di te”.
La cava diventa buia, le lastre di pietra sempre più scivolose, qua e là templi di sassi dedicati agli dèi, e poi sempre più buio, procediamo con una torcia. Mi attacco al braccio di Ananda come una cozza allo scoglio e letteralmente sono sorretta da lui, tutta la mia vita, se mi spezzerò o no una gamba, la mia macchina fotografica, il passaporto, la ID per rientrare in Qatar, tutto è nelle mani dell’ex autista della base NATO di Kabul, sai quella per distruggere Al Qaeda.
- Ma scusa Ananda, ma quanto era grande questa base NATO che avevano bisogno di un driver?
- Molto grande, c’erano civili e militari, io non ero esattamente un autista, guidavo il camion dell’immondizia con due assistenti che raccoglievano l’immondizia, in due tre ore al mattino finivamo tutto e poi facevamo altre attività.
- Che attività?
- Palestra, piscina, videogame, televisione…
- Ma questo non è lavoro!
- Lo so, ma noi eravamo bravi e finivamo presto, e ci pagavamo molto molto molto bene. Perché si rischiava la vita a stare là, non siamo mai potuti uscire dalla base, non conosco nulla dell’Afganistan, la base è stata pure bombardata e dei militari americani sono morti là, ecco perché guadagnavo bene, guidavo il camion dell’immondizia ma rischiavo la vita.
- È per questo che hai smesso?
- Spransa, sai chi è Barak Obama?
- Certo! Il Presidente degli Stati Uniti.
- Ecco, lui ha chiuso quel campo, ha richiamato a casa la sua gente e, basta, fine dei giochi, tutti a casa. E io sono tornato a Pokhara, con i soldi ho comprato la casa, la macchina e mi sono sposato… e tutti i soldi sono finiti.

Ride, mentre siamo completamente ricoperti di acqua, acqua sul pavimento, acqua che scende giù dalle rocce, noi due sudatissimi, lui insiste che dobbiamo raggiungere un punto preciso che illumina con la torcia, e quando siamo li, “Spransa, alza la testa” e muove la torcia sulla parete in alto, il soffitto sopra le nostre teste è pieno zeppo di punti neri, sono pipistrelli attaccati alla roccia come io sono attaccata quaggiù a quest’uomo che mi guarda “Spraza, lo vedi quel piccolo buco lí, è una piccola uscita che ci eviterebbe di tornare indietro, ma dobbiamo arrampicarci fino a lassù e poi strisciare come serpenti per uscire dal buco, te la senti Spransa? Possiamo fare come i militari a Kabul” Lo guardo, io e le mie infradito infangati a terra, lo sguardo che dice “A’ Ananda, ma vedi d’annattene”. Non so come, ma capisce. Zaino a collo, mano nella mano torniamo indietro dallo stesso buco da dove siamo entrati.

Sulla piazza antistante la cava, un gruppo di donne con saree colorati e tika rossa siedono su sedie di plastica davanti ad un alimentari, un signore anziano con una stampella a fatica raggiunge una panchina di pietra e si siede lí, una donna sta lavando il culo ad una vacca, Ananda fuma una sigaretta, e tutti guardiamo un gruppo di ragazzi che giocano a pallone. Alcuni con scarpe da ginnastica, altri con le infradito di plastica, l’eterno dilemma delle scarpe inadatte.

La sera in albergo mi arriva un messaggio da Ganesh “Come sta andando? Ti piace l’albergo? Il bagno è pulito? Hai mangiato? Metti sempre il portafogli nella tasca grande e non perdere il cellulare, gli occhiali, non perdere niente. Domani ricordati di fare colazione”.
Sono una pappamolla, questo sconosciuto che si prende la briga di prendersi cura di me mi commuove.
Sveglia alle quattro, Ananda mi porta a vedere l’alba a Sarangkot. Ho le infradito ma in macchina lascio le scarpe da ginnastica per qualsiasi evenienza. Arriviamo su una terrazza già affollata da tanti turisti, ma tra Ananda che ha sconfitto Al Qaeda e me che sempre napoletana sono, prendo un posto in prima fila in questo teatro di montagne di ottomila metri. Le nuvole nascondono il sole, ma il passaggio dal buio alla luce sul tetto del mondo è uno spettacolo che ammutolisce, ogni istante è diverso, nuove forme e combinazioni di colori; poi finalmente la montagna apre le porte, tra le vette innevate, eccolo il sole, colora di arancio i nostri visi incantati, di blu le montagne e di verde la vallata; la montagna ha aperto le porte, e tu apriti cuore, è un giorno nuovo.
Ananda mi porta un caffè nero bollente e si siede, stavolta muto, sulla terrazza accanto a me.

Tornando in albergo Ananda dice che sono coraggiosa, viaggio da sola, vivo da sola, ma che ho paura delle discese, lo ha capito nella cava, a salire salivo bene, a scendere ero un casino. “Dovresti sperimentare una cosa, una cosa che tutti fanno qui, il parapendio, non lasciare Pokhara senza aver fatto la discesa in parapendio”. “Ma sei matto Ananda, non ci penso proprio. Posso lasciare le scarpe in macchina, tanto ci si vede dopo?”
In albergo faccio colazione, una doccia e mi riposo. Su Facebook un amico, non ricordo chi, posta una frase di Mark Twain "...e allora, levate l’ancora e lasciatevi alle spalle i porti sicuri. Catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite”. In bagno scopro che ho le mestruazioni e quel caffè nero bollente è come un lassativo potentissimo, sto attaccata alla tazza del bagno e penso parapendio parapendio …Catturate il vento nelle vostre vele.. parapendio … Esplorate. Sognate. Scoprite…parapendio. Il mio corpo non vuole saperne ma il mio cuore dice parapendio parapendio parapendio, aspetto che l’effetto lassativo mi abbandoni del tutto per sentire se anche il cuore si calma per poter tornare a dormire visto che non ho dormito per niente. Ma, lasciatevi alle spalle i porti sicuri ...parapendio parapendio parapendio
 -Pronto Ananda, puoi prenotare un parapendio per me?
- Davvero Spransa? Me lo dici solo ora? Vengo adesso da lí ed era tutto prenotato, fammi fare solo alcune telefonate.
Mi rilasso, mi dico “vedi c’ho provato, non ci sono posti, ma c’ho provato, so’ ‘na figa, c’ho provato…”
Ananda mi telefona “scendi tra mezz’ora ti passano a prendere”.

Mezz’ora? Chi mi passa a prendere? Non vado con Ananda? E le scarpe? Le scarpe da ginnastica sono nella sua macchina!

Scendo alla reception con le infradito, l’autista dell’agenzia di parapendio puntuale mi fa salire in macchina senza dire una parola.
In agenzia compilo un foglio in cui mi assumo tutte le responsabilità, su “indica il numero della persona che possiamo contattare in caso di emergenza” mi fermo dubbiosa ma tutto quello che faccio è spiegare alla signorina che le mie scarpe da ginnastica sono nella macchina del mio driver, credo di farlo più per mostrarle che non sono del tutto svampita, alla terza volta mi dice “il pilota gliene darà un paio su in montagna”.
Ananda mi ha spiegato il parapendio così: tu vai, ti siedi, sei legata ad un’altra persona, non c’è alcun pericolo e non devi fare niente.

Conosco due cinesi che vengono in macchina con me, si torna a Sarangkot, la macchina sale verso la montagna, chiedo alle cinesi se hanno un po’ di paura, una di loro è davvero arrogante, risponde sicura e gelida che non avrà paura di niente. La macchina si ferma e dobbiamo proseguire a piedi, l’autista non parla inglese, ci indica un punto vago con un dito. Mette in moto e se ne va. Sono io, due cinesi, di cui una stronza, le mie infradito e una montagna da scalare. Cioè, ma che davvero? Vado. Seguo le cinesi. All’inizio è facile ma poi il fiato mi manca e faccio più fatica, la cinese più stronza è quella che va avanti, non si vede niente, nessun parapendio, nessun anima via, solo i sassi sulla montagna e nessuna possibilità di tornare indietro. Perdiamo il sentiero e proseguiamo a culo, mi affido all’intuito della cinese stronza. 
Le infradito, non ci posso pensare, sto scalando un pezzo della montagna della catena montuosa fra le più alte al mondo con due cinesi e due di noi su tre lo sta facendo con le infradito. Eppure questa cosa mi piace da morire, più mi arrampico e più penso che fossi stata con qualcuno non sarei stata qui, forse stavo a letto in pace e felice con il mio ragazzo nella stanza con vista montagne, ma non qui.
Qui, ci sono io, e sto arrampicandomi per me, per tutte le volte che ho pensato che non sono capace, per tutte le volte che ho pensato che non sono abbastanza, sto scalando la montagna con le infradito, e questo è il mio personale elogio alla follia.
Per tutte le volte che ho pensato che non sarei stata più capace di viaggiare da sola, di fare le cose da sola, senza di lui, questa è un’ode a me alla mia meravigliosa solitudine. Ogni passo la parte di me che pensa di me che sono tutta sbagliata perde fiato, e io sorrido a me quasi al punto di arrivo e a un uomo gentile che mi sta venendo incontro prorgendomi la mano, perché c’è sempre poi qualcuno gentile che ti porge la mano se per prima lo hai fatto tu a te stessa, qualcuno che viene a raddoppia la tua forza, se prima ti sei fatta forza da sola.
Il ragazzo che in montagna ha raddoppiato la mia, è Milan, ha ventitré anni, è il mio pilota.
- Namasté, piacere di conoscerti Milan, in agenzia mi hanno detto che hai delle scarpe per me.
- Namasté, non ho un paio di scarpe, ma non c’è problema, attacchiamo le infradito ai tuoi piedi con lo scotch, così non ti fai male sui sassi quando corri?
- Corri? Devo correre? Mi hanno detto che devo sedermi attaccata a te.
- Avrai un’imbracatura, appena il vento è favorevole, ti dirò di camminare e poi di correre.
Imbracata, attaccata al mio pilota, col vento favorevole ho camminato quando lui mi ha detto di camminare; ho corso quando mi ha detto di correre e il paracadute leggero ci ha alzato in volo. Da milleseicento metri, volo, sulla magia del lago Phewa, sulla bontà delle montagne innevate dell’Himalaya, sulla World Peace Pagoda, sulle cascate sacre che scendono a valle. Volo, sull’anima semplice di questo popolo, le bandierine colorate, le campane per i rituali sacri, i cicli di vita, morte e rinascita. Volo e onoro te, Nepal, le porte aperte delle tue montagne hanno aperto il mio cuore. Volo, volo per me, per quello che non ho e che credo di volere e per quello che ho e che imparo ad apprezzare. Volo, dhanyabad Nepal, sono stata felice in questa valle. Volo, con gli occhi pieni di bellezza e un paio di infradito attaccate ai miei piedi con lo scotch. 

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